Il più grosso problema di queste persone mosche, è che vogliono e pretendono di essere ascoltate. E forse sono persino convinte di avere sempre ragione. Quella lampada giapponese parla ormai da un'ora e mezza!
Shut up please!!!
Sunday, 7 September 2008
Mosche
Ecco come vivono certe persone.
Sono beatamente seduta per terra nel corridoio viola della mia casa glaswegiana, certo la moquette non è il massimo della pulizia, i tappeti stanno per camminare da soli per andare a darsi una sciacquata in lavanderia, ma qui siamo tutti sereni e se non mi va di stare qui esco e vado al parco, dall'altra parte della strada.
Dalla cucina arrivano i suoni sordi delle pentole, delle stoviglie, le chiacchiere, le risate, la musica del giradischi, forse Santana. La finestra della mia camera canta col vento freddo del nord, i vestiti sono sparsi sulle sedie.
Ma ecco come vive certa gente: nel corridoio viola ci sono due lampade giapponesi, in una delle due, proprio sopra la mia testa, ronza in continuazione una mosca intrappolata.
E' insopportabile, non sta un attimo in silenzio, ronza, ronza, vola da più di un'ora come impazzita, nella sua piccola prigione di carta; si scaglia contro le pareti, poi si quieta, poi riprende la sua folle corsa contro la prigionia, passa milioni di volte vicino all'apertura della lampada da cui io posso vederla. E' lì la libertà, stupida mosca idiota, la puoi vedere, la sfiori in continuazione ma viri nuovamente verso l'alto, la ignori. Se tu avessi un collo potresti abbassare la testa e vederla proprio sotto ai tuoi piedi, invece rimani come un automa a sfregarti le sudice zampette e volare, volare, volare. Che senso ha poter volare in un lampadario giapponese di pochi centimetri cubici?
Ecco come vivono certi uomini e certe donne.
Io esco e vado al parco; al diavolo la domenica, al diavolo il pranzo, al diavolo la tv e le lampade giapponesi.
Sono beatamente seduta per terra nel corridoio viola della mia casa glaswegiana, certo la moquette non è il massimo della pulizia, i tappeti stanno per camminare da soli per andare a darsi una sciacquata in lavanderia, ma qui siamo tutti sereni e se non mi va di stare qui esco e vado al parco, dall'altra parte della strada.
Dalla cucina arrivano i suoni sordi delle pentole, delle stoviglie, le chiacchiere, le risate, la musica del giradischi, forse Santana. La finestra della mia camera canta col vento freddo del nord, i vestiti sono sparsi sulle sedie.
Ma ecco come vive certa gente: nel corridoio viola ci sono due lampade giapponesi, in una delle due, proprio sopra la mia testa, ronza in continuazione una mosca intrappolata.
E' insopportabile, non sta un attimo in silenzio, ronza, ronza, vola da più di un'ora come impazzita, nella sua piccola prigione di carta; si scaglia contro le pareti, poi si quieta, poi riprende la sua folle corsa contro la prigionia, passa milioni di volte vicino all'apertura della lampada da cui io posso vederla. E' lì la libertà, stupida mosca idiota, la puoi vedere, la sfiori in continuazione ma viri nuovamente verso l'alto, la ignori. Se tu avessi un collo potresti abbassare la testa e vederla proprio sotto ai tuoi piedi, invece rimani come un automa a sfregarti le sudice zampette e volare, volare, volare. Che senso ha poter volare in un lampadario giapponese di pochi centimetri cubici?
Ecco come vivono certi uomini e certe donne.
Io esco e vado al parco; al diavolo la domenica, al diavolo il pranzo, al diavolo la tv e le lampade giapponesi.
Tuesday, 2 September 2008
Spazio 1. D'inverno.
Lulù non ama l'inverno ma spesso si sente come la neve. Non le piace uscire con la pancia scoperta, non le piacciono le persone che sgomitano per avere un posto tutto per loro in prima fila, nella vita, o tra la folla; Lulù vuole sempre essere sé stessa ma crede non sia possibile. Ho provato a spiegarle che è il modo migliore per affrontare la vita, che non sempre è una battaglia persa, che non possiamo sentirci costantemente dei Don Chisciotte senza corazza; quante serate passate a fissare insieme il soffitto nella speranza che la giornata prendesse una piega diversa da un momento all'altro. Ma niente, quello che hai è quello che ti costruisci. Lulù si sveglia male la mattina, "col piede sbagliato" dice lei, o con "la luna storta", ed è finita, anzi non è mai iniziata. Quel giorno sarà orribile, lei "se lo sente", e non c'è niente da fare. Sarà orribile, e tutti i volti amici del giorno prima saranno deformati in smorfie e maschere fisse, nessuno conterà più nulla nella vita di Lu, tutti saranno ridotti a piccole marionette in un teatrino zingaresco e fatiscente, a cui lei assisterà immobile e vagamente nauseata. Le marionette non possono amare, e lei vorrebbe essere amata da tutti. Non è possibile, le dico, e poi, che ce ne importa di essere amati da tutti, non possiamo plasmarci a seconda di cosa gli altri desiderano da noi. Ma questa è la vita, dice Lu. E'normale, dice Lu. Altro non siamo se non lo specchio di ciò che il mondo si aspetta da noi. Il mondo sono le persone. Io non credo di far parte del mondo, sostiene Lulù, forse sono solo la spettatrice pagante, forse sono qui solo per fare un provino, e devo piacere a tutti per essere presa nello spettacolo.
Lu dorme ora, è un sonno agitato il suo, una sorta di dormiveglia fumoso. Io non so più cosa dire a Lulù, meglio che la lasci dormire, che le lasci sognare un giardino innevato in cui passeggiare sola, in cui giocare con le ombre e ascoltare il suono dei suoi leggeri passi nei sentieri ovattati, uno spazio in cui ridere da sola, in cui prendere il volo.
Lu dorme ora, è un sonno agitato il suo, una sorta di dormiveglia fumoso. Io non so più cosa dire a Lulù, meglio che la lasci dormire, che le lasci sognare un giardino innevato in cui passeggiare sola, in cui giocare con le ombre e ascoltare il suono dei suoi leggeri passi nei sentieri ovattati, uno spazio in cui ridere da sola, in cui prendere il volo.
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