Oggi a Glasgow è inverno. Per fortuna nel giardino di casa c'è un albero sempreverde, di quelli con le bacche rosse che fanno pensare al natale, altrimenti oggi mi sparerei in fronte.
Pensavo. Io non voglio essere controllata da niente e nessuno, forse nemmeno da me stessa...
Ieri sera sono stata in un pub molto carino con un'amica italiana. Ogni tanto fa bene parlare italiano, sembra di poter esprimere meglio quello che si sente, in inglese sembra tutto fatto di plastica, tutto più freddo e lontano. In effetti allora forse è meglio l'inglese. Non voglio pensare.
Vivere giorno per giorno, certo se smette di piovere è meglio, la neve mi si addice di più.
Sunday, 19 October 2008
Wednesday, 15 October 2008
Wednesday, 8 October 2008
Arianna decise di volerci vedere chiaro. Raccolse il filo e ne fece una matassa informe, lo lanciò dalla scogliera nel mare blu, guardò il cielo, guardò la terra per l'ultima volta. La nave si allontanava nella nebbia dell'alba. Il labirinto è solo dentro di noi, pensò. Volse le spalle al palazzo ed entrò nel labirinto, senza filo, senza paura. Dopotutto sono solo muri.
Fu così che Arianna scelse di scegliere, scelse di perdersi. Il coraggio dei folli.
Fu così che Arianna scelse di scegliere, scelse di perdersi. Il coraggio dei folli.
Friday, 3 October 2008
Wednesday, 1 October 2008
L'amore sopra ogni cosa. Racconto.
Io la amo sopra ogni altra cosa, è l’unico essere cui si rivolgono i miei pensieri, giorno e notte, tutto quello di cui ho bisogno dipende solo e soltanto dalla sua volontà, bramo ogni sua carezza, uno sguardo, un tocco della sua mano, il permesso di addormentarmi sul suo ventre ogni sera.
Lei è sempre così affaccendata, rossa, paonazza, con le mani gonfie e ruvide, oh quanto le amo, perché usa solo acqua molto fredda o molto calda. Specialmente quando mi fa il bagno e mi sfrega con forza, dopo la scuola, dopo la piscina, prima di andare a letto. Solo lei sa quello che è meglio per me, solo lei può toccarmi in quella maniera, strofinando con forza la schiena e le braccia, i palmi della mani, gli spazi fra le dita.
Fa tutto in silenzio, con una ciocca di capelli davanti agli occhi che le si infila in bocca, lo sguardo attento, gli occhi socchiusi, le ciglia umide, e quelle unghie corte, linde, opache, conchiglie consumate che scavano ed esplorano ogni interstizio.
E’bella, pallida, gli occhi di cielo; lei è di porcellana, delicata come la neve, la mia geisha, la mia unica farfalla. Come una foglia d’autunno lieve sparisce sotto le coltri di un letto inviolabile, sgretolata da una stanchezza sacra, demolita dalla perfezione del suo essere donna sopra ogni altra.
Posso paragonarla solo alla santità della madonna, votata al sacrificio supremo, dedicata a me e a me soltanto; posso paragonarla all’intangibilità della liturgia, al mormorio dell’acqua sorgiva, al sapore dell’ostia, alla misticità dell’incenso.
Inaccessibile, la mia santa innamorata, mi bacia la fronte ogni notte protendendo le labbra secche come crisma sulla fronte dell’iniziato, del riconfermato, aprendo le porte al sonno morbido, ai sogni lattiginosi dei bambini. I rumori della notte non penetrano la casa silenziosa, la posso sentire nel bagno adiacente la stanza, posso udire la vestaglia celeste sfiorarle il corpo intatto e scivolare tra le sue mani, posso sentire ogni goccia bollente rotolare sulla perfezione delle linee che la distinguono, posso percepire l’odore affilato dell’alcool, il sordo ticchettio del rasoio sul marmo del lavabo, lo scroscio della purificazione, posso essere lì con lei, posso addormentarmi nella stessa nebbia umida materna uterina.
Ma la notte porta su ali corvine sogni di sporcizia ed anche il mio corpo di peccatore infrange la dolcezza di un impeccabile sonno, così vengo punito, perché lei cambia le lenzuola ogni giorno, e i segni del peccato sono visibili, vengo punito e subisco in silenzio il mio dolcissimo castigo, indagato in ogni angolo del mio fine debole corpo; l’acqua è così calda, le sue mani come deliziosi fiori dischiusi, pericolosi lapilli, grattano e scoprono ogni impurità, affinché il sangue possa sgorgare e mescolarsi all’acqua, affinché il sangue possa ripulire ogni anfratto del mio essere, del mio corpo colpevole, della mia mente guastata dal deturpato tanfo del mondo esterno.
La mia perla incontaminata splende nello spazio di cornici inconsuete; ho visto donne dipinte nei musei, madonne nelle chiese, ho ammirato la grandezza della Pietà e vi ho visto noi, in ogni piega ed espressione del viso, nella tensione degli arti, nel completo abbandono del corpo dell’Uomo, nella fisica passione pregna di sofferenza, nell’amore unico, nell’amore che non tradisce.
Parla poco la mia madonna, pretende ordine, chiede della scuola, poi chiederà del lavoro, poi sarà in silenzio a fissare uno sguardo cieco nelle mie pupille intellegibili.
Quando l’altra è arrivata non ero preparato ma lei ha capito immediatamente, sin dal primo giorno, di essere stata biecamente tradita dal suo unico amore. I bagni si fecero sempre più frequenti ed anche le punizioni. Ma qualcosa era cambiato. Non potevo più controllare la sozzura che mi stava invadendo. Non potevo più onorare il mio totem, non potevo più sedermi al cospetto dell’amata mentre dormiva sola nel suo grande letto, un’alcova abbandonata.
Una volta, quando ero molto piccolo, in campagna dai nonni, mi fu concesso di giocare solo in giardino; andai nel frutteto e trovai un nido con due piccole uova; fu più forte di me, dovetti arrampicarmi, dovevo stringere quelle uova, dovevo sentire tra le mani il viscido, caldo, battito della vita, dovevo averla solo per me; il nido era evidentemente abbandonato, e con stupore, e con orrore, vi trovai due lucertole ed un esercito di formiche intente a pasteggiare, non potei staccare gli occhi dalla scena, e ancora adesso, prima di dormire, sento le narici impregnate di quell’odore pungente, un odore di abbandono e di morte prematura. Il tanfo dell’assenza. Solo allora capii che il profumo di lei, che tanto aveva allietato la mia vita fino a quel momento, era tanto simile a quel nido orribilmente straziato.
L’altra studiava vicino a me in biblioteca, aveva il profumo del mondo nei suoi abiti, la brezza marina nei capelli, il salmastro infinito oceano negli occhi, le unghie malcurate, i pantaloni troppo lunghi, le gonne succinte, le toppe, qualche filo d’erba fra le ciocche, il tabacco sulle dita. Sporca, sporca e io la volevo, la volevo violentemente, la volevo tanto da chiudermi da solo nelle stanze più remote dell’università in preda alle convulsioni e ai sensi di colpa e al desiderio. Solo i bagni serali potevano per un momento allontanarla da me ed avvicinarmi di nuovo alla perfezione del mio unico amore.
Ma inevitabilmente l’altra tornava nella mia testa non appena rimanevo solo, con il marchio di fuoco del bacio serale sulla fronte, con le lancette dei secondi amplificate milioni di volte dal battito del mio cuore impazzito. Dovevo sanguinare, dovevo essere punito, solo in quel modo avrei potuto scongiurare più a lungo la presenza di quel demone mondano, solo in quel modo avrei potuto riavere la mia unica farfalla.
Un lavoro per l’università mi costrinse a stare a lungo, quasi ogni giorno, lontano da lei e sempre più vicino all’altra, alla puttana, come la chiamava con disprezzo durante la notte la mia povera amata; la potevo sentire, in quel bagno in cui ascoltavo adorante i suoi movimenti solo pochi mesi prima, sussurrava e borbottava qualcosa contro la puttana.
Stavo con lei ogni giorno, andai perfino a casa sua col gruppo di lavoro, finché un pomeriggio trovammo nel suo armadio la sua gatta che aveva appena partorito quattro viscidi esserini striscianti in mezzo ai vestiti. Tutti sorridevano, chi li voleva toccare, chi lavare, chi cercava di tenere buona la madre, chi osservava in silenzio la scena. Ciò che provai io fu sconvolgente.
Da quel giorno tutto cambiò e finalmente riuscii a farmi toccare e baciare e leccare dappertutto dall’altra, che poteva arrivare dove la mia padrona non poteva e non avrebbe nemmeno immaginato.
Ma la mia madonna sapeva e capiva tutto, mi osservava tornare a casa, lo sguardo giallo ocra dell’ira e forse della gelosia.
Una notte la trovai che mi aspettava sveglia nel salotto, seduta al tavolo di cristallo in vestaglia bianca. Sorseggiava dell’acqua ed immediatamente capii che si era depilata di nuovo e cosparsa di alcool. L’odore era insopportabile ma eccitante. Mi avvicinai in ginocchio ai suoi piedi così bianchi, tanto diversi da quelli dell’altra, sempre sporchi perché camminava a piedi nudi per la casa appena poteva.
Lo stomaco mi doleva, ma il dolore divenne più forte mano a mano che scendeva dallo stomaco verso l’inguine, bruciante e liberatorio. Mi resi conto di avere un’erezione e se ne accorse anche lei.
Il primo schiaffo arrivò diretto nel centro del viso e il sangue cominciò a scorrere dal naso.
Le ombre delle sbarre si allungano sul pavimento grigio, non sto male qui, mangio, bevo, guardo la tv, parlo con la psicologa ogni giorno e posso anche uscire in giardino perché non rappresento un pericolo dicono loro. Dopotutto quello che dovevo fare l’ho già fatto. La psicologa dice che il mio caso avrebbe interessato Freud, dice che ho voluto superare la barriera dell’uccisione metaforica. Nell’ultima seduta le ho raccontato di nuovo la cronaca di quella notte.
Lo schiaffo arrivò in pieno viso, il pugno la raggiunse nel fianco destro e la fece cadere a terra spaventata ma silenziosa. Cercò di rialzarsi in piedi ma in un attimo le fui sopra e le strinsi i polsi fino a farli diventare blu. Cominciò a lamentarsi piano, miagolando come la gattina nell’armadio. Non fece che peggiorare le cose, l’erezione pungeva nei pantaloni. Mi alzai e abbassai la lampo. Qualche secondo dopo sbavavo sulla sua faccia e la sentivo piangere. Avrei voluto che urlasse, che si dimenasse, invece stava ferma sotto di me, mentre la penetravo ancora, ancora e ancora. L’orgasmo arrivò come una furia e per un momento lei riuscì a divincolarsi. Corse verso la cucina. Le andai dietro e le balzai addosso. La testa sbattè prima contro lo spigolo del tavolo, poi a terra. Perse i sensi e il sangue si sparse sul pavimento bianco. Non riuscii ad avere un’altra erezione. Presi un coltello.
Le ombre delle sbarre strisciano sotto il mio letto. Oggi la psicologa mi ha dato il permesso di uscire nel fine settimana. Mio padre verrà a prendermi e andremo al cimitero. Lei non c’è più e ora siamo soli.
Lei è sempre così affaccendata, rossa, paonazza, con le mani gonfie e ruvide, oh quanto le amo, perché usa solo acqua molto fredda o molto calda. Specialmente quando mi fa il bagno e mi sfrega con forza, dopo la scuola, dopo la piscina, prima di andare a letto. Solo lei sa quello che è meglio per me, solo lei può toccarmi in quella maniera, strofinando con forza la schiena e le braccia, i palmi della mani, gli spazi fra le dita.
Fa tutto in silenzio, con una ciocca di capelli davanti agli occhi che le si infila in bocca, lo sguardo attento, gli occhi socchiusi, le ciglia umide, e quelle unghie corte, linde, opache, conchiglie consumate che scavano ed esplorano ogni interstizio.
E’bella, pallida, gli occhi di cielo; lei è di porcellana, delicata come la neve, la mia geisha, la mia unica farfalla. Come una foglia d’autunno lieve sparisce sotto le coltri di un letto inviolabile, sgretolata da una stanchezza sacra, demolita dalla perfezione del suo essere donna sopra ogni altra.
Posso paragonarla solo alla santità della madonna, votata al sacrificio supremo, dedicata a me e a me soltanto; posso paragonarla all’intangibilità della liturgia, al mormorio dell’acqua sorgiva, al sapore dell’ostia, alla misticità dell’incenso.
Inaccessibile, la mia santa innamorata, mi bacia la fronte ogni notte protendendo le labbra secche come crisma sulla fronte dell’iniziato, del riconfermato, aprendo le porte al sonno morbido, ai sogni lattiginosi dei bambini. I rumori della notte non penetrano la casa silenziosa, la posso sentire nel bagno adiacente la stanza, posso udire la vestaglia celeste sfiorarle il corpo intatto e scivolare tra le sue mani, posso sentire ogni goccia bollente rotolare sulla perfezione delle linee che la distinguono, posso percepire l’odore affilato dell’alcool, il sordo ticchettio del rasoio sul marmo del lavabo, lo scroscio della purificazione, posso essere lì con lei, posso addormentarmi nella stessa nebbia umida materna uterina.
Ma la notte porta su ali corvine sogni di sporcizia ed anche il mio corpo di peccatore infrange la dolcezza di un impeccabile sonno, così vengo punito, perché lei cambia le lenzuola ogni giorno, e i segni del peccato sono visibili, vengo punito e subisco in silenzio il mio dolcissimo castigo, indagato in ogni angolo del mio fine debole corpo; l’acqua è così calda, le sue mani come deliziosi fiori dischiusi, pericolosi lapilli, grattano e scoprono ogni impurità, affinché il sangue possa sgorgare e mescolarsi all’acqua, affinché il sangue possa ripulire ogni anfratto del mio essere, del mio corpo colpevole, della mia mente guastata dal deturpato tanfo del mondo esterno.
La mia perla incontaminata splende nello spazio di cornici inconsuete; ho visto donne dipinte nei musei, madonne nelle chiese, ho ammirato la grandezza della Pietà e vi ho visto noi, in ogni piega ed espressione del viso, nella tensione degli arti, nel completo abbandono del corpo dell’Uomo, nella fisica passione pregna di sofferenza, nell’amore unico, nell’amore che non tradisce.
Parla poco la mia madonna, pretende ordine, chiede della scuola, poi chiederà del lavoro, poi sarà in silenzio a fissare uno sguardo cieco nelle mie pupille intellegibili.
Quando l’altra è arrivata non ero preparato ma lei ha capito immediatamente, sin dal primo giorno, di essere stata biecamente tradita dal suo unico amore. I bagni si fecero sempre più frequenti ed anche le punizioni. Ma qualcosa era cambiato. Non potevo più controllare la sozzura che mi stava invadendo. Non potevo più onorare il mio totem, non potevo più sedermi al cospetto dell’amata mentre dormiva sola nel suo grande letto, un’alcova abbandonata.
Una volta, quando ero molto piccolo, in campagna dai nonni, mi fu concesso di giocare solo in giardino; andai nel frutteto e trovai un nido con due piccole uova; fu più forte di me, dovetti arrampicarmi, dovevo stringere quelle uova, dovevo sentire tra le mani il viscido, caldo, battito della vita, dovevo averla solo per me; il nido era evidentemente abbandonato, e con stupore, e con orrore, vi trovai due lucertole ed un esercito di formiche intente a pasteggiare, non potei staccare gli occhi dalla scena, e ancora adesso, prima di dormire, sento le narici impregnate di quell’odore pungente, un odore di abbandono e di morte prematura. Il tanfo dell’assenza. Solo allora capii che il profumo di lei, che tanto aveva allietato la mia vita fino a quel momento, era tanto simile a quel nido orribilmente straziato.
L’altra studiava vicino a me in biblioteca, aveva il profumo del mondo nei suoi abiti, la brezza marina nei capelli, il salmastro infinito oceano negli occhi, le unghie malcurate, i pantaloni troppo lunghi, le gonne succinte, le toppe, qualche filo d’erba fra le ciocche, il tabacco sulle dita. Sporca, sporca e io la volevo, la volevo violentemente, la volevo tanto da chiudermi da solo nelle stanze più remote dell’università in preda alle convulsioni e ai sensi di colpa e al desiderio. Solo i bagni serali potevano per un momento allontanarla da me ed avvicinarmi di nuovo alla perfezione del mio unico amore.
Ma inevitabilmente l’altra tornava nella mia testa non appena rimanevo solo, con il marchio di fuoco del bacio serale sulla fronte, con le lancette dei secondi amplificate milioni di volte dal battito del mio cuore impazzito. Dovevo sanguinare, dovevo essere punito, solo in quel modo avrei potuto scongiurare più a lungo la presenza di quel demone mondano, solo in quel modo avrei potuto riavere la mia unica farfalla.
Un lavoro per l’università mi costrinse a stare a lungo, quasi ogni giorno, lontano da lei e sempre più vicino all’altra, alla puttana, come la chiamava con disprezzo durante la notte la mia povera amata; la potevo sentire, in quel bagno in cui ascoltavo adorante i suoi movimenti solo pochi mesi prima, sussurrava e borbottava qualcosa contro la puttana.
Stavo con lei ogni giorno, andai perfino a casa sua col gruppo di lavoro, finché un pomeriggio trovammo nel suo armadio la sua gatta che aveva appena partorito quattro viscidi esserini striscianti in mezzo ai vestiti. Tutti sorridevano, chi li voleva toccare, chi lavare, chi cercava di tenere buona la madre, chi osservava in silenzio la scena. Ciò che provai io fu sconvolgente.
Da quel giorno tutto cambiò e finalmente riuscii a farmi toccare e baciare e leccare dappertutto dall’altra, che poteva arrivare dove la mia padrona non poteva e non avrebbe nemmeno immaginato.
Ma la mia madonna sapeva e capiva tutto, mi osservava tornare a casa, lo sguardo giallo ocra dell’ira e forse della gelosia.
Una notte la trovai che mi aspettava sveglia nel salotto, seduta al tavolo di cristallo in vestaglia bianca. Sorseggiava dell’acqua ed immediatamente capii che si era depilata di nuovo e cosparsa di alcool. L’odore era insopportabile ma eccitante. Mi avvicinai in ginocchio ai suoi piedi così bianchi, tanto diversi da quelli dell’altra, sempre sporchi perché camminava a piedi nudi per la casa appena poteva.
Lo stomaco mi doleva, ma il dolore divenne più forte mano a mano che scendeva dallo stomaco verso l’inguine, bruciante e liberatorio. Mi resi conto di avere un’erezione e se ne accorse anche lei.
Il primo schiaffo arrivò diretto nel centro del viso e il sangue cominciò a scorrere dal naso.
Le ombre delle sbarre si allungano sul pavimento grigio, non sto male qui, mangio, bevo, guardo la tv, parlo con la psicologa ogni giorno e posso anche uscire in giardino perché non rappresento un pericolo dicono loro. Dopotutto quello che dovevo fare l’ho già fatto. La psicologa dice che il mio caso avrebbe interessato Freud, dice che ho voluto superare la barriera dell’uccisione metaforica. Nell’ultima seduta le ho raccontato di nuovo la cronaca di quella notte.
Lo schiaffo arrivò in pieno viso, il pugno la raggiunse nel fianco destro e la fece cadere a terra spaventata ma silenziosa. Cercò di rialzarsi in piedi ma in un attimo le fui sopra e le strinsi i polsi fino a farli diventare blu. Cominciò a lamentarsi piano, miagolando come la gattina nell’armadio. Non fece che peggiorare le cose, l’erezione pungeva nei pantaloni. Mi alzai e abbassai la lampo. Qualche secondo dopo sbavavo sulla sua faccia e la sentivo piangere. Avrei voluto che urlasse, che si dimenasse, invece stava ferma sotto di me, mentre la penetravo ancora, ancora e ancora. L’orgasmo arrivò come una furia e per un momento lei riuscì a divincolarsi. Corse verso la cucina. Le andai dietro e le balzai addosso. La testa sbattè prima contro lo spigolo del tavolo, poi a terra. Perse i sensi e il sangue si sparse sul pavimento bianco. Non riuscii ad avere un’altra erezione. Presi un coltello.
Le ombre delle sbarre strisciano sotto il mio letto. Oggi la psicologa mi ha dato il permesso di uscire nel fine settimana. Mio padre verrà a prendermi e andremo al cimitero. Lei non c’è più e ora siamo soli.
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